La mattinata buttata a fantasticare, mi guardo scrivere al pc con il piatto davanti, al tavolo di cucina, presto, chè tra mezz'ora devo uscire. Digito masticando all'unisono le rimanenze della cena di ieri, in camicia da notte verde boschivo: spettacolo che riservo alla mia esclusiva visione, visto che per fortuna gli altri due abitanti della casa hanno un lavoro.
Io invece, ho trovato una specie di ...insomma, ecco, ho un lavoro part-time ...Forse lo chiamerei più "un lavoretto". Ok, diciamolo chiaramente: tra poco partirò per il mio secondo giorno di formazione per un call-centre.
E confesserò di peggio: ero curiosa di esplorare questo mondo antropologicamente border-line. Fascinazione del male? Morboso autolesionismo? Boh, tutto è iniziato rispondendo oziosamente agli annunci on-line per trovare un lavoretto che mi aiutasse a sopravvivere all'estate senza erodere completamente i risparmi precariamente accumulati in più di un anno di lavoro miracolosamente continuativo (contratto più contratto...).
Intanto, esploro questa realtà un po' underground (e un po' sotto terra, data l'ubicazione fisica della sede), e già trovo piccoli tesori ...come il "musical aziendale", degno delle visioni di Paolo Virzì.
A proposito, mi chiedo starei facendo quel che sto facendo, se qualche mese fa non mi fossi lasciata inibire da F. e D., che mi hanno sconsigliato di vedere "Tutta la vita davanti", per evitare moti depressivi.
Ancora non l'ho visto. Che sia il caso di recuperare?!
Ops! E' tardissimo!!! Scappo a prendere l'autobus!!!!!
Sul divano, gambe stese sullo schienale e sguardo all'insù verso un libro aperto. Lo chiudo, tenendo il segno con un dito verso pagina 35, guardo la macchina da scrivere fotografata in copertina. Unisco i puntini fino a una buffa conclusione: è il terzo romanzo in un mese in cui il protagonista è uno scrittore. Sarà un caso, o la scrittura rifà capolino nella mia vita come grande assente, un po' risentita ("Dopo quello che ho fatto per te!"), facendocisi mettere "una buona parola" dai libri, che ultimamente mi fanno senz'altro più compagnia?
E' un lungo weekend di passaggio. Torno "libera"; chiamerò la prima settimana di disoccupazione "vacanza", e dovrò fare in modo che lo stratagemma dia i suoi frutti.
L'impegno c'è.
Per celebrare il transito ho indossato la gonna viola regalatami da mio fratello, a segno che, almeno per ora, ho smesso di lavorare in un ambiente in cui la barbara superstizione vieta il colore. Poi ho ospitato ben due spedizioni (l'una di 2, l'altra di 4 persone) di amici venuti in città per due concerti diversi.
Infine ho sistemato un po' di cose in sospeso, letto, e dipinto una balena, al momento messa ad asciugare.
Mancava solo che riprendessi a scrivere e frequentare quell'anticamera dei pensieri che posso condividere con un esterno indiscriminato.
Eccomi qua.
"Perchè sono stata via tanto"?
Banale mancanza di tempo per sostare e dare un nome alle cose, o forse mancanza di poesia.
Del resto la poesia si realizza solo al passo col tempo che si vive, mentre io il tempo l'ho più che altro contato, in questi mesi, senza sintonia. E' diventato il numero di ore in viaggio tra casa, lavoro e casa (4), il numero di giorni al prossimo stipendio, i mesi che non vedo mio padre (e quanto tempo pensi di metterci a non lasciarti più turbare?), il numero di mesi dall'ultima volta che ho scattato una foto per incorniciare un momento normale.
L'ho contato e misurato, il tempo, in un luogo che ancora mi sembra un po' fuori misura, a più di un anno dal nostro incontro mancato.
Forse è la resa dei conti, Roma, ora che di tempo ne ho: mi prenderò il tempo di venirti a stanare dietro le facciate antiche, in mezzo alle facce curiose, diligenti e occhiute dei turisti, tra la gente che scappa dietro i minuti contati, lasciandosi dietro scie intrecciate di dialetti diversi. Attenta a te, chè troverò un punto finalmente accessibile in questa scenografia di cartapesta, che sia mio come un'illusione; e lo rosicchierò come un topolino il piede di una vecchia poltrona imponente. Farò cadere questo velo di indifferenza, e dalle facce le loro maschere di anonimato.
Almeno due, almeno una!
Perchè non scrivere? Forse per arrendersi ad alta voce al fatto di non essere veramente qui, finchè poi il "qui" te lo riprendi a forza. E vediamo stavolta chi la vince.
Ma dove arriva, se parte!?
Tengo una specie di diario da quando avevo otto o dieci anni, e mai mi era accaduto di perdere uno dei tanti taccuini che compongono "l'opera" frammentaria, le notizie scomposte e faziose, le emozioni incartate, immagini fortuite e sguardi verbalizzati sui momenti della mia vita.
Ne ho persi ben due negli ultimi mesi. La voglia di dare un senso alla rabbia conseguente ha voluto leggerci un segno: qualcosa mi diceva di tornare al blog, fermo e freddo come una larva da tanto. E allora torno, che è un modo per ripartire.
Forse per l'imbarazzo di ricominciare, lo faccio con le parole di altri ...e difficilmente avrei immaginato di citare Cochi e Renato.
Comunque stavolta non sono ripartita ("sempre ammesso che parte", dicono Cochi e Renato): sono ancora qui, a Roma, anche se resta un posto volatile, per me. E' ancora una città-scenografia, e mi appare ancora di un'indifferenza antica e solida come il Colosseo.
Io intanto torno qui, e forse è ancora un modo per correre, o trotterellare, dietro a qualcosa di importante che ancora mi sfugge.
UN APPUNTO
La vita - è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia.
sollevarsi sulle ali;
essere un cane,
o carezzarlo sul suo pelo caldo;
distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;
stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.
Un'occasione ecceizonale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta;
e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l'erba;
e seguire con gli occhi una scintilla nel vento;
e persistere nel non sapere
qualcosa d'importante.

Wislawa Szymborska
(ovvero la mia poetessa contemporanea preferita)
Discorso all'ufficio oggetti smarriti
La Festa del Cinema di Roma per me è finita ieri sera, quando, alla terza serata di seguito che ci andavo per lo spettacolo delle 22:30, dopo il lavoro, per poi tirare fino alle due del mattino, sono sprofondata in un sonno svenuto e ho ripreso coscienza allo scroscio finale di applausi al regista presente in sala.
Inaudito! Sommo imbarazzo e delusione per il film che mi sono persa ("The Dukes", con Chazz Palminteri).
Non ho la tempra per dormire meno di sei ore per notte!
La vita culturale è troppo impegnativa. Stasera... Festa della Vasca da Bagno e del piumone.
Aprite il rubinetto, che sto andando a casa!

Lunedì mattina: svegliarsi, torturare il fagotto inerte che respira nell'altra metà di letto, fare colazione con la torta sfornata la sera prima e il caffè fatto per te, arrivare in ufficio e trovare sulla scrivania un sacchetto di carta con un biglietto di buona giornata e il tuo dessert preferito.
PS: in tutto ciò, far finta di non aver fatto quel sogno strano...Arrivava l'angelo della morte sottoforma di A. (il fattorino di colore che lavora per il mio ufficio), venuto a prelevarmi, ed io temporeggiavo, indaffarata a riempire uno dei miei contenitori da frigo delle lenticchie e alcune fette di pizza di scarole di nonna. Lui cercava di convincermi che non mi sarebbero serviti, perchè le mie esigenze sarebbero cambiate in fretta...
Dopo circa cinque mesi che lavoro in una grande azienda, penso di poter sottoscrivere con la più salda certezza il Corollario di Johnson sulle organizzazioni:
nessuno sa veramente mai quel che succede in un qualsiasi punto dell'organizzazione.
Adesso lo so: una parte della Via verso il Nirvana va percorsa spingendosi coi talloni su una poltroncina a rotelle.

Dopo aver sentito Manolo Sanlucar in concerto all'Auditorium Parco della Musica per un festival di flamenco, sabato sera,... e chi ce l'ha più il coraggio di guardare in faccia la chitarra!