La mattinata buttata a fantasticare, mi guardo scrivere al pc con il piatto davanti, al tavolo di cucina, presto, chè tra mezz'ora devo uscire. Digito masticando all'unisono le rimanenze della cena di ieri, in camicia da notte verde boschivo: spettacolo che riservo alla mia esclusiva visione, visto che per fortuna gli altri due abitanti della casa hanno un lavoro.
Io invece, ho trovato una specie di ...insomma, ecco, ho un lavoro part-time ...Forse lo chiamerei più "un lavoretto". Ok, diciamolo chiaramente: tra poco partirò per il mio secondo giorno di formazione per un call-centre.
E confesserò di peggio: ero curiosa di esplorare questo mondo antropologicamente border-line. Fascinazione del male? Morboso autolesionismo? Boh, tutto è iniziato rispondendo oziosamente agli annunci on-line per trovare un lavoretto che mi aiutasse a sopravvivere all'estate senza erodere completamente i risparmi precariamente accumulati in più di un anno di lavoro miracolosamente continuativo (contratto più contratto...).
Intanto, esploro questa realtà un po' underground (e un po' sotto terra, data l'ubicazione fisica della sede), e già trovo piccoli tesori ...come il "musical aziendale", degno delle visioni di Paolo Virzì.
A proposito, mi chiedo starei facendo quel che sto facendo, se qualche mese fa non mi fossi lasciata inibire da F. e D., che mi hanno sconsigliato di vedere "Tutta la vita davanti", per evitare moti depressivi.
Ancora non l'ho visto. Che sia il caso di recuperare?!
Ops! E' tardissimo!!! Scappo a prendere l'autobus!!!!!
Tanti anni spesi a studiare, a costruire una mentalità produttiva, allegramente orientata al lavoro ...sin dalle elementari ...Poi basta scoprire la disoccupazione, e ti ritrovi molto più competente in materia di tempo libero che in qualsivoglia attività classificabile come "mansione".
E l'economia aziendale, le fasi della meiosi, le tecniche pubblicitarie, le sezioni di un business plan, come gestire un database, ...diventano solo cose che stai dimenticando senza fatica.
L'ozio del disoccupato, con le sue giornate senza spigoli, s'impara una volta per tutte, come andare in bicicletta.
Sarà perchè ricorda le estati senza scuola, o tempi ancora più antichi, "prescolari" (chiamati così perchè fatti solo di attesa di varcare quel cancello), ma è facilissimo ricominciare; ad alzarsi un po' più tardi, ma senza esagerare, avere di nuovo il tempo per fare colazione con tutto quello che ti va (finchè i risparmi durano!), rimandare una faccenda burocratica, passare un'ora in bagno, con la casa vuota. E poi leggere, finalmente dipingere quel quadro promesso, avere tutto il tempo per preparare la cena, mangiare verdure fresche anzichè surgelate...
Non ti trucchi più, scendi a far la spesa in jeans e maglietta, coi capelli ancora umidi e il viso luminoso. Vai in centro quando ne hai voglia, magari per vedere una mostra, incontrare amiche in pausa pranzo, e il resto della giornata lo passi mezza nuda per casa, a curare le piante e chieder loro come va, sistemare vecchie foto e documenti, passare il solito paio d'ore abbondante a spulciare annunci di lavoro, inviare curriculum, raccogliere indirizzi interessanti, chiamare i numeri in calce, meditare lettere di accompagnamento, senza troppa convinzione.
Ti scopri a fare pulizie, e ti ricordi che in qualche angolo recondito del tuo carattere c'è anche dell'ordine(ma dove l'ho messo?!).
E poi disegni, raccogli materiale per un lampadario in cartapesta, progetti cose nuove, lasci affiorare le idee, ora che le acque sono tranquille, e che i pensieri crescono a lievitazione naturale.
Puoi sentirti respirare, mentre scrivi, o misceli il colore. Oppure lasciare andare il doppio cd di Prokofiev ad alto volume, senza che nessuno si lamenti, mentre sei sotto la doccia o lavi i piatti, scrivi una lettera da spedire a un'amica o sbucci le pannocchie, finchè non squilla il telefono.
Ti prometti che da domani fisserai un orario in cui studiare spagnolo, guarderai un film in inglese ogni giorno, e ci sono da leggere quel manuale sui format televisivi, le lezioni di Sartori sulla democrazia, "I tre moschettieri" ...potresti persino stirare quel monticello accumulato di camicie che evitavi accuratamente di dover indossare.
Puoi programmare di fare con le tue mani una pizza ben lievitata da mangiare con birra, noccioline e popcorn davanti alla partita di stasera, quando lui tornerà da lavoro, ora che non tu non rincasi più alle 21:30, quando preferivi dormire vestita sul divano, piuttosto che pensare a cosa mangiare...
Ecco, "lui che torna da lavoro" già ti ricorda che al lavoro ci andavi anche tu, fino a poco più di due settimane fa.
A questo pensiero una vaga inquietudine ti solletica lo sterno, e allora pensi alla rata del prestito con cui ti stai ancora pagando il master, all'affitto, ai contatti di lavoro che sarebbe il caso di coltivare, a ciò che sarebbe opportuno, utile, interessante, urgente fare, prenotare, programmare. Ti dici che è rischioso lasciarsi immersa in questo tempo in cui si nuota a rana da una ninfea all'altra, prendere questi ritmi "non geneticamente modificati", veder sbocciare i ranuncoli piantati una domenica di qualche mese fa, lottare a mani nude contro gli afidi che infestavano il limone sul balcone. Nella tua agenda virtuale è nata la pagina "in settimana", hai preso un appuntamento per cena per martedì prossimo, e i giorni in mezzo ancora si illudono di germogliare a modo loro, ora dopo ora, coi loro tempi fluidi, disegnati a matita. Abolito un tempo chiamato "pausa pranzo", puoi stare tra le mura di casa fingendo che nessuno stia correndo da nessuna parte, che gli altri (ovunque essi siano) siano tutti assorti in qualche riflessione che incubavano da anni, che si trovino nel momento di comprensione che aspettavano, o stiano finalmente di fronte a quella parte di sè che non avevano visto o capito, mano nella mano con il proprio tempo ozioso.
"Nell'ozio, nei sogni, la verità sommersa viene qualche volta a galla"; Virginia Woolf può aver ragione: nell'ozio hai spesso l'intuizione di qualche verità (che la Woolf sia impazzita e morta suicida è poi così importante?). Se non altro, nell'ozio vero e senza rimpianti, ti sembra più vero quello che fai e quello che pensi... mentre aspetti che le qualche sommersa verità compia il suo percorso verso la superficie.
E' anche vero che, assieme alla verità, intuisci anche un indefinito pericolo. Forse il pericolo di perdere irreparabilmente il passo col mondo esterno, che marcia (non importa dove), allinea gli ingranaggi, aggiorna le agende, perde i treni, rincorre gli autobus, arriva in anticipo. Forse il pericolo è quello di non volerlo riprendere, quel passo. Forse il pericolo è sognare troppo: che le fragole continuino a crescere sul tuo balcone, così da poterne cogliere una ad ogni passaggio, e constatare che più avanza la stagione, più è intenso il sapore; sognare di poter passare la maggior parte delle giornate a dipingere, scrivere, inventare, incontrare (anche se vivi a Roma), fare ciò che ti fa star bene e ti dà l'impressione di farti crescere interiormente...
I raccoglitori dei tuoi documenti, le agende di lavoro, gli oggetti di chi al momento è via a lavorare sparsi per casa, ti mettono un po' di paura di te stessa e dei tuoi pensieri "sovversivi".
Ti chiedi da quanti anni tendi i muscoli verso il "giusto equilibrio", da quanto hai capito che l'estremismo è il tuo "problema"... poi ti prometti di dedicare a libri e pennelli "il giusto tempo" di quel che ti resta (c'è da sperare che sia poco) di disoccupazione, senza trascurare l'obiettivo principale della ricerca di lavoro. Riallinearsi nei ranghi... fingendo convinzione.
Retropensieri censurati: "peccato che l'ozio sia sciupato dall'obiettivo della ricerca del lavoro"; "io nella vita voglio fare l'artigiana"
...Ecco, strano caso: proprio mentre lo scrivo ricevo una telefonata. Mi propongono un lavoro da settembre. Si tratta di vendere DIVISE SCOLASTICHE. A proposito di "rientrare nei ranghi", curare i capricci, (ri)educare gli istinti ribelli...
Se è un segno, non so come interpretarlo: stringere il cravattino rosso, o dare alle fiamme le gonne plissettate blu navy?
In entrambi i casi ci sono avversari da dribblare, ed in entrambi i casi il "nemico" sono io.
Sul divano, gambe stese sullo schienale e sguardo all'insù verso un libro aperto. Lo chiudo, tenendo il segno con un dito verso pagina 35, guardo la macchina da scrivere fotografata in copertina. Unisco i puntini fino a una buffa conclusione: è il terzo romanzo in un mese in cui il protagonista è uno scrittore. Sarà un caso, o la scrittura rifà capolino nella mia vita come grande assente, un po' risentita ("Dopo quello che ho fatto per te!"), facendocisi mettere "una buona parola" dai libri, che ultimamente mi fanno senz'altro più compagnia?
E' un lungo weekend di passaggio. Torno "libera"; chiamerò la prima settimana di disoccupazione "vacanza", e dovrò fare in modo che lo stratagemma dia i suoi frutti.
L'impegno c'è.
Per celebrare il transito ho indossato la gonna viola regalatami da mio fratello, a segno che, almeno per ora, ho smesso di lavorare in un ambiente in cui la barbara superstizione vieta il colore. Poi ho ospitato ben due spedizioni (l'una di 2, l'altra di 4 persone) di amici venuti in città per due concerti diversi.
Infine ho sistemato un po' di cose in sospeso, letto, e dipinto una balena, al momento messa ad asciugare.
Mancava solo che riprendessi a scrivere e frequentare quell'anticamera dei pensieri che posso condividere con un esterno indiscriminato.
Eccomi qua.
"Perchè sono stata via tanto"?
Banale mancanza di tempo per sostare e dare un nome alle cose, o forse mancanza di poesia.
Del resto la poesia si realizza solo al passo col tempo che si vive, mentre io il tempo l'ho più che altro contato, in questi mesi, senza sintonia. E' diventato il numero di ore in viaggio tra casa, lavoro e casa (4), il numero di giorni al prossimo stipendio, i mesi che non vedo mio padre (e quanto tempo pensi di metterci a non lasciarti più turbare?), il numero di mesi dall'ultima volta che ho scattato una foto per incorniciare un momento normale.
L'ho contato e misurato, il tempo, in un luogo che ancora mi sembra un po' fuori misura, a più di un anno dal nostro incontro mancato.
Forse è la resa dei conti, Roma, ora che di tempo ne ho: mi prenderò il tempo di venirti a stanare dietro le facciate antiche, in mezzo alle facce curiose, diligenti e occhiute dei turisti, tra la gente che scappa dietro i minuti contati, lasciandosi dietro scie intrecciate di dialetti diversi. Attenta a te, chè troverò un punto finalmente accessibile in questa scenografia di cartapesta, che sia mio come un'illusione; e lo rosicchierò come un topolino il piede di una vecchia poltrona imponente. Farò cadere questo velo di indifferenza, e dalle facce le loro maschere di anonimato.
Almeno due, almeno una!
Perchè non scrivere? Forse per arrendersi ad alta voce al fatto di non essere veramente qui, finchè poi il "qui" te lo riprendi a forza. E vediamo stavolta chi la vince.
Ma dove arriva, se parte!?
Tengo una specie di diario da quando avevo otto o dieci anni, e mai mi era accaduto di perdere uno dei tanti taccuini che compongono "l'opera" frammentaria, le notizie scomposte e faziose, le emozioni incartate, immagini fortuite e sguardi verbalizzati sui momenti della mia vita.
Ne ho persi ben due negli ultimi mesi. La voglia di dare un senso alla rabbia conseguente ha voluto leggerci un segno: qualcosa mi diceva di tornare al blog, fermo e freddo come una larva da tanto. E allora torno, che è un modo per ripartire.
Forse per l'imbarazzo di ricominciare, lo faccio con le parole di altri ...e difficilmente avrei immaginato di citare Cochi e Renato.
Comunque stavolta non sono ripartita ("sempre ammesso che parte", dicono Cochi e Renato): sono ancora qui, a Roma, anche se resta un posto volatile, per me. E' ancora una città-scenografia, e mi appare ancora di un'indifferenza antica e solida come il Colosseo.
Io intanto torno qui, e forse è ancora un modo per correre, o trotterellare, dietro a qualcosa di importante che ancora mi sfugge.
UN APPUNTO
La vita - è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia.
sollevarsi sulle ali;
essere un cane,
o carezzarlo sul suo pelo caldo;
distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;
stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.
Un'occasione ecceizonale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta;
e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l'erba;
e seguire con gli occhi una scintilla nel vento;
e persistere nel non sapere
qualcosa d'importante.

Wislawa Szymborska
(ovvero la mia poetessa contemporanea preferita)
Discorso all'ufficio oggetti smarriti

Il botox-Babbo Natale aziendale non ha portato nulla per me.
A tutti i dipendenti oggi è arrivato un mega pacco natalizio di venti chili, che i poveretti faranno fatica a trascinare a casa, ma che certamente, col suo contenuto in prosciutti, cotechini, gelatine e chissà cos'altro, rafforzerà l'affiliazione e il cosiddetto "commitment". A me niente.
Per una volta, mi vanterò di essere una bambina cattiva (per giunta vegetariana).
Continuo a ricevere offerte di lavoro solo ed esclusivamente da:
Continuo a chiedermi:
Non lo so, ...ho come la sensazione che la risposta sia dentro di me, ma sospetto che sia sbagliata.