Ricerco e coltivo amicizie con personaggi psicologicamente disturbati, lo ammetto. Non mi sembra la sede di approfondire l'origine di questa sindrome.
Comunque sia, mi trovo iscritta ad una mailing list votata alle diatribe pseudo (sottolineo "pseudo") letterarie tendenti al motteggio e al demenziale spinto.
Finora me ne ero tenuta in disparte, non sempre per snobismo (faticando io ad arginare il dilagare della mia stessa demenzialità nelle varie sfere della mia vita), ma piuttosto per pigrizia.
Più o meno da una settimana fioccavano, però, mail baroccheggianti, più o meno in rima, su aste, raggi, pertiche, sventrapapere e simili.
Dallo spam bisogna pur difendersi, e poi oggi c'era poco lavoro da sbrigare. Da cui, quanto segue:
Di suso al seggio mio,
pel luminoso schermo
che recami novelle,
(postino assai moderno)
veggio avvitar favelle
di torno a un picciol perno.
Se come volle Iddio
al mondo foste tratti
con un formicolio
al quinto vostro arto,
(fantasma, dico io,
di fantasia gran parto),
E' inutile fregare
quel pezzo d'illusione
con odi appassionate
e scatenar tenzone
tra bucce di patate
seccate su un balcone.
Stoppini consumati,
pinoli rinsecchiti,
beccucci mai usati
chiodini arrugginiti,
ne restano umiliati,
offesi e intimiditi.
Tal che pei vostri eccessi
di facondia verbosa,
ritraesi nei recessi
della sua massa erbosa
lo vostro brufolino,
ch'è già ben magra cosa.
A tanto vaneggiare
ponete fine dunque;
andate a lavorare!
Smettetela, comunque!
chè l'oggettino muto
non chiede di parlare.
Soltanto gradirebbe
più tenere attenzioni,
un posticino caldo,
notturne esaltazioni,
non d'esser caposaldo
di motti e annunciazioni.
Qualunque sia la guisa
del vostro stuzzichino
dell'appendice irrisa,
del parvo zuccherino
lasciatelo godere
di una compagna assisa,
di un doppio belvedere
di baffi con divisa,
di un morbido sedere,
secondo gradimento,
talento e fantasia.
Se il pirulo è contento
(e l'opinione è mia)
non servono nè rime
e nè pornografia.
Perciò, lasciate dire,
chè il tema mi sta a cuore,
basta con l'imbonire,
andate a far l'amore.
Che sia una missionaria
a trarvelo dal bosco,
mano abitudinaria,
od un omone losco,
orsù, per cortesia
non fatene persona.
E' da schizofrenia,
vi chiameranno "porco",
o, per omeopatia,
"minchione" o "gran bifolco".
Beato è chi l'amore
lo fa con tutto il corpo.

Un lavoro "alla Clark Kent" è un lavoro con cui paghi le bollette, ma che non è quel che vuoi fare veramente, non rispecchia i tuoi talenti nascosti e le tue aspirazioni segrete.
Ti svegli la mattina, ti dai una grattatina in testa, coi tuoi bei capelli d'acciaio arruffati, guardi la sveglia... no, non "attraverso" la sveglia, la sveglia! Ecco, metti bene a fuoco - cacchio, è tardi!-, ma stai attento a non fulminarla col tuo sguardo laser. Di prima mattina sei sempre un po' sfasato, non ti controlli, rischi di sparare dentifricio per tutto il bagno, spremendolo sullo spazzolino.
Comunque sia, se ti va bene riesci a travestirti in tempo da impiegato modello e resisti alla tentazione di prendere il volo invece di piantarti alla fermata dell'autobus con la tua bella cartella, sperando che l'autobus passi. Ci sono le rate del divano da pagare, e valgono ben qualche sacrificio. Il tuo stile di vita "non è negoziabile", e sarebbe così stupido giocarsi tutto strappandosi di dosso quella camicia ben stirata per tirar fuori quella sgargiante "S"... di "stupido", "sciagurato", "sciocco" e "spaccone". Lo sai bene che il mondo non ha bisogno di supereroi, e nemmeno più le case cinematografiche ci cavano tanto; meglio un bel kolossal catastrofico, un horror con omicidi seriali... E poi, i supereroi al massimo durano una stagione, e non accumulano contributi. Tu, invece, ci tieni a una vecchiaia serena.
E allora siediti tranquillo, accendi il condizionatore, e pigia sui tasti. Non troppo forte, mi raccomando!
Il mio sogno nel cassetto di oggi: dormire! Nel cassetto o dovunque sia... anche nel cassetto dell'altro ieri va bene.

Stamattina mi sono svegliata poco dopo le otto, in ritardo, perchè avevo mancato di piazzare la sveglia.
Rotolo giù dal letto, aggrovigliata nei pensieri delle cose da fare, e in corridoio urto nelle notizie scandite ad alto volume dal televisore di P.. Finalmente mi si dipana il torpore attorno alla punta di un'apprensione: "Chissà come sta Biagi..." - dico. E' un pensiero in sottofondo da domenica.
E' tardi, dò un occhio alla doccia che mi aspetta, butto giù un tè preparato in fretta e qualche frollino, per senso del dovere verso quella vecchia tradizione della colazione.
E poi la notizia, alle otto e venti, un secondo dopo i lanci di agenzia, della morte di questo pezzo di storia nostra. Al sentire il nome mi pianto davanti al televisore di P., in camera sua, mentre lui si fa il nodo alla cravatta; mi mangio le notizie e le immagini, come se ci fosse qualcos'altro da sapere.
E intanto mi monta dentro un'emulsione di dispiacere e rabbia, di indignazione per chi ha oltraggiato la persona e la professionalità di uno dei pochi uomini che mi hanno fatto sentire orgogliosa di essere italiana e ci ha privati tutti di cinque anni in cui avrebbe potuto continuare a darci il suo contributo alla lettura di un paese oscuro e ingarbugliato qual è il nostro.
Rispondo con la voce un po' abbassata al telefono, ed al lavoro ci vado abbracciata al suo ultimo libro, autobiografico, "Era ieri", stanato in fretta dalla mia libreria. Ne rileggo qualche stralcio (la Resistenza, il ricordo commosso della moglie e della figlia, il rammarico per l'allontanamento dalla Rai nel 2002)tra una fermata e l'altra della metro, lo tengo tutto il giorno sulla scrivania, omaggio feticcio e manifesto della voglia di non dimenticare e non dismettere mai il compito quotidiano di mantenersi liberi.