L'ANTICAMERA del CERVELLO

L'ANTICAMERA del CERVELLO

i piedi scalzi, l'anima migrante, il cervello portatile... (di un grumo nel puré).
martedì, 29 agosto 2006

There is no place like... no place

Scrivo da un internet point di Split -HR. Eh, si', viaggio-lampo: domenica sono di nuovo a casa, non prima di aver salutato un'amica ad Ancona.
Viaggiare da sola mi fa sempre un gran bene. Mi ricorda quanto amo la vita, e che coloro che la temono non mi possono cambiare.
Sono sbarcata poco dopo l'alba, col cielo cupo di nuvole cariche, ma serena, e passeggiare per la citta' per queste ore mi ha fatto decidere che di ogni posto nuovo voglio vedere queste ore del mattino.
Ah, ecco un MUST DO: in citta' c'e' una mostra che mi ha fatto sorridere, "MUSEUM OF BROKEN RELATIONSHIP". Per scoprire se l'hanno messa su per me, devo solo andarci!!
Intanto mi fa compagnia Beckett, e chissa' che quando avro' finito il libro (presumibilmente oggi) *Murphy* non sara' gia' piu' lontano.
Come ha detto quel femminone di E., "ADELANTE".
Bog.
postato da lanticameradelcervello alle ore 09:31 | link | commenti (3)
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domenica, 27 agosto 2006

Io e Murphy

- E' dunque così? - disse Murphy, col suo giallognolo interamente ravvivato da quei

pronostici. - Pandit Suk non ha mai fatto di meglio.

- Allora puoi lavorare dopo questo? - chiese Celia.

- Certo che posso, - rispose Murphy. - Esattamente il primo quattro del mese che cadrà di

domenica nel 1936, comincio. Metto su le mie gemme e mi butto a custodire, investigare,

esplorare, cercare, promuovere o arruffianare, secondo quanto mi si prospetterà.

- E nel frattempo? - disse Celia.

- Nel frattempo, - rispose Murphy, - dovrò giusto guardarmi dalle convulsioni, dagli

editori, dai quadrupedi, dai calcoli, dalla sindrome di Bright...

Lei lanciò un grido di disperazione intenso finchè durò. per poi concluderlo di botto, come

quello dei neonati.

- Come puoi essere tanto stupido e crudele da... - disse senza curarsi di concludere la

frase.

- Non pretenderai, santiddio, - esclamò Murphy, - che vada contro il mio diagramma?

- Stupido e crudele, - disse lei.

- In verità mi sembri piuttosto severa, - disse Murphy.

- Prima mi dici di procurarti questo... questo...

- Corpus di deterrenti, - completò lui.

- Così da poter stare insieme, e poi prendi e lo trasformi in un... un...

- Ordine di separazione, - completò Murphy. Pochi cervelli erano concotti come quelli del

nativo.



[da "Murphy", di Samuel Beckett, Einaudi, p.27]




La scorsa notte mi è venuta voglia di un romanzo. Ne ho cominciati quattro, presi dallo

scaffale di quelli "da leggere". Ma non andavano. "Il libro" era il quinto, questo "Murphy"

di Beckett. Alla prima pagina già me lo trovo in una catapecchia, al silenzio, luci spente,

sguardo perso, legato nudo ad una sedia a dondolo. Ci si lega da solo e ci resta a lungo,

Murphy; è una delle sue caratteristiche, insieme agli attacchi di cuore e a un'indolenza

estrema.



Da piccola avevo questa specie di superstizione per cui, da qualche parte, doveva esserci

"il libro giusto". Del resto il libro ha una sua valenza antropologica - dalle risonanze

esoteriche e religiose - per cui si tende a cercarvi se stessi, se non delle risposte o

persino la verità, con o senza maiuscola. E tenere un diario, narcisisticamente, non è un

po' come scrivere il libro che parla di sè per poi leggersi come se si fosse qualcun altro?

Non è come confezionarsi da soli, barando un po', quel libro "perfetto" che finalmente parla

di sè?

Forse per questa storia del "libro giusto" ho poi preso a comprare più libri di quanto ne

potessi leggere, e a metterli da parte; mi facevo una gamma di libri da esplorare alla

ricerca di quello adatto al momento.



Quando lo trovavo, bastava aprirlo e capivo che era "lui". Tra le pagine si apriva una bolla

che mi accoglieva dentro la storia.



Ieri sera reggevo una delle due maniglie del borsone plumbeo di M., a passo affrettato verso

la metro di P. Cavour, a Napoli. M. era di passaggio, di rotta su Milano. Ci è scappato un

caffè arabo e una porzione delle conversazioni necessarie. Ci spendevamo gli ultimi

spiccioli di chiacchiere, fingendo di non far caso al peso e al treno che M. rischiava di

perdere a causa mia. La strada, via S.M. di Costantinopoli, era semibuia e impervia a causa

dei lavori di pavimentazione in corso.

A un tratto, senza rallentare, ho visto un uomo, già incrociato altre volte in quella

strada. Dorme sulle gradinate di un palazzo un po' più indietro di dove lo vedevo adesso.

Presumibilmente si era spostato a causa del cantiere aperto. Ora si trovava sull'uscio della

chiesa, sull'altro lato della strada. Stava sui suoi soliti piumoni e sacchi a pelo, con la

solita barba grigia e i vestiti sporchi e consunti.

Era completamente diverso da tutte le altre volte, però.

Se ne stava, isolato da tutto, assorto, nella poca luce. Era steso, con un braccio sotto la

testa e la gamba destra poggiata a squadra sul ginocchio sinistro piegato. Nella mano

destra, a favore di lampione, reggeva un libro. Dalla "bolla", e dalla faccia che aveva, credo fosse quello "giusto".
postato da lanticameradelcervello alle ore 10:39 | link | commenti (2)
categorie: diario, letture, napoli
venerdì, 04 agosto 2006

Il pianista distratto sull’Orient Express. Cronaca di una tragedia mancata.
(2 agosto 2006)
Oggi torno a Napoli. Il master è finito, e qualcosa mi dice che sono finiti anche i giorni tranquilli tra le valli trentine.
Neanche il tempo di farsi venire un po’ di malinconia, infatti, che si torna sulla cresta dell’onda con una delle mie avventure fanta-fantozziane. Sarà un segno, per l’inizio della mia estate?
Ma andiamo per ordine…
Erano giorni che pregustavo il ritorno a casa, dopo mesi di fatiche. Nove mesi in Trentino, otto ore al giorno di lezione in un’aula sotterranea senza finestre progettata da un architetto perverso nelle segrete di un museo d’arte moderna e contemporanea, … e davanti a me un mese di vacanza a casa, a Napoli; rivedere nonna, gli amici, …e poi fuggire ad Ischia da A.! Una di quelle situazioni in cui si fa un po’ fatica a tenere insieme felicità, scatoloni, e tristezza per gli amici da lasciare dietro di sé.
Quando è il momento di andare si va, però! E allora Angè si prepara il suo pasto sano (insalata di grano, pomodorini, tofu e capperi) da mangiare in viaggio, lo confeziona in una schiscetta (termine lombardo indicante contenitore per alimenti, estratto dal lessico interregionale appreso durante il master) col tappo giallo, e monta su un Eurostar (carrozza 5, posto 81).
Non c’è molta gente, ma sul posto 81 il portapacchi è un po’ ingombro. Infilo la borsa coi vestiti, faccio spazio accanto ad un sacco porta-abiti (di quelli per non far gualcire gli abiti classici),e riesco a metterci anche il mio zaino nero.
Un giovane dell’età apparente di 30-33 anni, un po’ allampanato, alto e coi capelli mossi castani, camicia chiara, si sposta per permettermi di poggiare lo zaino col pc e una busta di carta in cui porto cose fragili ed il regalo di laurea di D. sul sedile accanto al mio, tanto c’è posto. L’uomo ha l’accento milanese: dopo mesi gomito a gomito con un filosofo brianzolo non posso sbagliare! Legge “Bell’Italia” e fa telefonate. Ha anche una copia del Corriere.
Al suo fianco, e quindi di fronte a me, c’è un signore corpulento e brizzolato con l’accento calabro, la polo giallo oro e altro oro incatenato a collo e polsi. Attenzione, perché costui si rivelerà un testimone chiave.
In treno tiro fuori un libro di strisce di Mafalda (“Mamma, perché esistono i poveri?”), regalo da viaggio di F., che a quanto pare ha capito il personaggio (mi riferisco a me, non a Mafalda)!
Dopo un po’ mi appisolo leggermente, e riapro gli occhi alla stazione di Verona, dove vedo andar via il Milanese.
Appena dopo Bologna decido di far fuori il pasto-sano e mi arrampico a recuperare lo zaino…
Se non che…. TRAGEDIA! Lo zaino è scomparso!! Dentro - mi viene subito in mente - c’è il portafogli coi documenti,..e qualcos’altro che il mio cervello decide sia meglio rimuovere, per il momento.
Seguono attimi di panico che, in questa sede, dignitosamente censuro.
Il Calabrese-in-giallo interviene subito a testimoniare che non può averlo preso che il Milanese-allampanato: è l’unico che si è avvicinato a prendere i bagagli. Dice che potrebbe aver preso il mio zaino per distrazione o anche “per un errore voluto”.
Penso che sia molto strano che una persona arrivata senza zaino prenda uno zaino andando via, ma intanto arriva il capotreno, e gli spiego l’accaduto. Il Calabrese-in-giallo snocciola una descrizione dettagliata dell’allampanato. Dopo poco il ferroviere torna con un modulo, raccoglie dati, prende nota. E’ per una registrazione interna alle ferrovie, poi dovrò denunciare alla Polfer il fattaccio.
Io, intanto, ricordandomi che nello zaino avevo anche la macchina digitale, regalo di laurea di nonna e zia, perdo ogni ritegno e mi faccio un immancabile pianto.
Il Calabrese-Jessica-Fletcher fa notare che lui il suo borsello se lo tiene sempre vicino vicino. Io osservo che ha ragione, ma io vicino-vicino tenevo il pc e le cose fragili.
Segue preoccupazione generale per i miei bancomat e carte di credito, due viaggiatrici mi procurano i numeri per bloccarli.
Poi, all’improvviso, una ragazza bruna seduta alle mie spalle mi fa notare che sul portabagagli, sopra di lei, c’è un voluminoso zaino nero. Ci accertiamo che non appartenga a nessuno dei viaggiatori e ci convinciamo che deve appartenere al Milanese-svampito.
Sotto gli occhi del capotreno, afferro il malloppo e dichiaro: “Io lo apro, cerco qualche indizio, me ne assumo la responsabilità!”.
Il morale si riprende un po’, si aprono le indagini.
Lo zaino, ben più grosso del mio e con entrambe le zip rotte, sembra contenere ben poco. Non c’è portafogli, niente documenti. Lo svampito è della scuola del Calabrese-in-giallo, buon per lui! Sfortunatamente, non ci sono neppure etichette con recapiti. Nello zaino c’è un giubbino rosso, vestiti, alcuni quadernoni e, in una tasca, una scatolina da cui si sono versate tutte le puntine blu. Puntine blu, strano articolo da portarsi dietro, specie se sei uno che va in giro con un porta-abiti.
E, del resto, lo zaino mezzo rotto, con le cose buttate dentro un po’ alla rinfusa, mal si addice ad un nemico della gualcitura.
Registro l’incongruenza psicologica e passo all’analisi dei reperti cartacei, sui quali ripongo tutte le mie speranze. Si tratta di alcune copie di un volantino, un quadernone blu a quadretti con segni indecifrabili, e – attenzione – spartiti e libri di partiture.
Nella prima pagina del quadernone blu, l’unico segno comprensibile: un nome maschile e un numero di telefono appuntato a penna. Lo chiamo subito, e chiedo all’uomo che risponde se conosce un musicista di Verona. E’ musicista anche lui. Mi chiede che strumento, io guardo gli spartiti e gli dico: “forse…flauto?!…no, no! Pianoforte!”.Riesamino i volantini: riguardano il concerto, martedì 1 agosto in provincia di Trento, del pianista A.C., “nato nel 1972 ….diplomatosi a Milano…..”. Concludo che deve trattarsi di lui. A corroborare la tesi, interviene la ragazza bruna, che mostra una delle puntine blu e osserva “forse gli sono servite per attaccare volantini!”. Ragazza sagace!
Dico il nome al musicista; lui non conosce A.C., si chiede come abbia il suo numero, ma intanto dice che forse può rintracciare qualcuno che lo conosca.
Intanto cerco di chiamare l’hotel dove si è svolto il concerto, ma una musichina mi mette in attesa, tanto che il credito telefonico scende troppo, e sono costretta a chiedere ad A., che si trova ad Ischia, di ricaricarmelo per continuare le indagini.
I contributi esterni aumentano: chiamo S., l’amico filosofo della Brianza, per chiedergli di consultare l’elenco telefonico di Milano (chiamare il 12** sarebbe un furto peggio di quello appena sfiorato, con 1,80euro al minuto).
Intanto mi richiama il musicista F., con il numero di A.C., il pianista sbadato di Milano. Gli lascio un messaggio in segreteria mobile, e un altro nella segreteria del numero procuratomi da S..
Non resta che aspettare, e farsi una risata, dopo tanti patè d’animo. Del resto, più che fare da Miss Marple sull’Orient Express, che posso fare?
Mangio un pacchetto di patatine comprato alla carrozza bar, rimpiangendo il pasto sano, destinato a una fine disonorevole in quel di Milano.
Alla fine lo svampito si fa vivo. E ridacchia!!! Osa ridacchiare! Dicendo che, arrivato a casa, a Milano (!), ha cercato le chiavi di casa, e si è accorto (solo allora!) che quello che aveva preso a Verona non era il suo! Aspettava che la moglie lo raggiungesse per salvarlo dal pianerottolo. Intanto, tra una galleria e l’altra, ci accordiamo per inviarci i reciproci bagagli tramite corriere.
Se non che, mentre la linea è caduta tra una via e un numero civico, torna a farsi vivo il ferroviere. Dice che , dato che il fatto è stato registrato, lo zaino deve prenderlo in custodia lui, immediatamente, e lasciarlo all’ufficio oggetti smarriti di Roma, dove il proprietario dovrà ritirarlo entro 30 giorni, pagando un tot per ogni giorno di giacenza, pena la messa all’asta del bene.
Penso che sotto-sotto se lo merita, lo svampito, e dico che avrei preferito risolvere tutto fra noi, ma che se proprio non si può fare altrimenti, lascerò lo zaino al ferr….Ma ecco che interviene un signore toscano, lettore di dizionario di Rumeno, Vernacoliere (che sia Livornese?) e Corriere della Sera, che attacca il formalismo del capotreno, gli da praticamente del “paracu**”, e protesta dicendo che la sua osservanza irragionevole del regolamento non può che creare problemi agli utenti Angè e Milanese-svampito. Dopo uno scambio di battute, si conclude che io preferisco prendermi la responsabilità dello zaino mezzo rotto e l’incarico di farlo pervenire al proprietario. Il ferroviere dice che per lui va bene, ma ammonisce che lui ha i miei dati (!).
Insomma, tutto sembra risolto… A parte il fatto che i miei bancomat sono lontani e BLOCCATI, e che la distrazione di uno sconosciuto mi costerà rifare i bancomat, nonché un principio d’infarto e un po’ di seccature.
Un aneddoto in più per un motto già collaudato: “mai fidarsi di un musicista!”.
Comunque non c’è che affidare gli sventurati zaini ad un corriere ed aspettare che tornino a casa.
Intanto, il mio ritorno a casa prosegue su un altro treno, preso a Roma, partito con ritardo e con una carrozza in meno – guardacaso quella dove avevo il mio posto prenotato!-, ma per fortuna ho trovato posto. Mi affretto a scrivere il rapporto di questo viaggio a tinte gialle, senza il coraggio di schiacciare un pisolino (trattenuto a fatica, ma grazie al trauma), con un occhio al monitor del portatile ed uno….ad un grosso zaino nero.
postato da lanticameradelcervello alle ore 07:05 | link | commenti (5)
categorie: diario

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