L'ANTICAMERA del CERVELLO

L'ANTICAMERA del CERVELLO

i piedi scalzi, l'anima migrante, il cervello portatile... (di un grumo nel puré).
lunedì, 30 gennaio 2006

La massima del giorno.

Ogni agendina tascabile sa che prima o poi s'inzupperà .

(specialmente se ti segue nei tuffi nella neve)

postato da lanticameradelcervello alle ore 16:29 | link | commenti (4)
categorie: massime di angè
sabato, 28 gennaio 2006

baggers can't be choosers

Stamattina, in una di quelle riflessioni che capita di fare con lo spazzolino fra i denti, pensavo che non ricordo di aver visto mendicanti, in questa piccola città subalpina.
Facevo quest'osservazione con un po' di amarezza, non perchè apprezzi il fatto che delle persone si trovino costrette ad elemosinare per vivere, naturalmente. E dopotutto ce ne sono già a sufficienza nel resto del Paese, anche soltanto nella mia città, da ricoprire tutti i posti vacanti nelle piccole e ricche cittadine del Nord come questa.
Una migliore distribuzione gioverebbe anche ai mendicanti stessi, limitando la concorrenza diretta; e inoltre aiuterebbe sia gli abitanti di città come la mia, sia quelli di posti come questo in cui mi trovo, a vederle, queste persone, e ad imparare.
Non so come mi sia venuta in mente, questa riflessione più o meno oziosa. Che sia per quel detto americano appena imparato dalla mia collega di Chicago, "baggers can't be choosers" (ovvero, il mendicante non può pretendere cosa elemosinare), o forse per un latente disagio per il palese benessere di questa città, così scontato; o ancora per la cognizione del mio benessere fasullo, questo stile di vita perfettamente dentro le righe, eppure immeritato.
Bene o male, il dentifricio prima o poi si sputa, e le riflessioni da spazzolino scivolano nello scarico del lavandino, portate via da un rapido scroscio d'acqua, mentre il tintinnio dello spazzolino nel bicchiere ne segna l'uscita di scena.

Ieri sera una telefonata mi ha strappata alla lettura del mio libro ("L'amore non guasta", di J. Coe), per buttarmi fuori di casa alle dieci e mezza fra i cumuli di neve. La singolarità del paesaggio urbano mi ha subito dissolto ogni pigrizia e acceso un fuocherello all'altezza della base dello sterno, sotto un pentoilno di risate facili e sommesse.
Per strada c'era più gente del solito, in questo posto sempre deserto di sera tardi.
C'era una certa eccitazione nell'aria, percepibile molto prima che passasse qualcuno a confermarla. Ci saranno stati almeno 60 cm di neve. Mi viene in mente una digressione fatta con D. sugli effetti dei fenomeni atmosferici sullo stato d'animo delle persone; una storia di elettroni, mi pare.
Fatto sta che avevo addosso l'urgenza di lanciarmi al più presto in un cumulo di neve pulita, e non una volta sola.
Le voci delle persone incrociate per strada mi divertivano per un'insolita nota acuta, una stonatura euforica e incontrollata; tutto aveva un'aria buffa e semplicemente bella. Le forme negoziate tra la neve e il paesaggio abituale avevano l'aria di una riuscita soluzione democratica  che preservava i caratteri addolcendo tutti gli spigoli.
L'ampia fontana della piazza principale era circondata da un'enorme ciambella tondeggiante (o era un anello nuziale?). I bagliori che manda la neve sono così emozionanti solo per me, che non ci sono abituata, o anche per questa gente di montagna?
E' risibile il mio stupore per la trasformazione bianco soffice di un lampione travisato dalla neve, e dall'asimmetria creata dalla banale occorrenza che una lampada su tre si a spenta, fredda, completamente succube dell'accumularsi dei cristalli che continuano a fioccare?
I "montanari", intanto, in una rappresentanza ambosessi di quattro o cinque ultraquarantenni, cominciano a smantellare la ghirlanda attorno attorno alla fontana, a depositare grandi masse di neve in un punto vicino al muretto di contenimento della vasca, a rovistare in un vicino cassonetto in cerca di utensili di fortuna, collaborando alacremente per... costruire una statua di neve (ermafrodita).

I tuffi nella neve li ho fatti, insieme ad A. ho collaborato all'esperimento di arte pubblica spontanea attorno alla fontana, finchè per motivi sociali non mi ritrovo in un  bar scuro e troppo rumoroso per riuscire a seguire i discorsi degli altri seduti con me (a volte mi viene il dubbio di avere un udito meno sensibile della media dei miei coetanei... O fanno tutti finta di capirsi?).
La teiera davanti ad A. e la mia spiccano tra bicchieri dal fondo doppio contenenti liquidi "lisci", o "con ghiaccio", o "dry con limone". Scambio qualche battuta piacevole, fraintendo qualcosa, intuisco pigramente qualcos'altro; restiamo più a lungo di quanto sperassi. Mi sento gli occhi stanchi dopo una giornata trascorsa distrattamente al computer; realizzo che , anceh se tornassi a casa subito, non resisterebbero abbastanza per finire il libro, ma dopo qualche titubanza mi alzo, mi vesto, saluto. "Ciao, cara!", "Già vai via!?", "Chiamami!". Sarò cnica a pensare "Stavolta vi è venuta bene. Quasi credibili."? Ma no! Sarà quel tanto di misantropia che ti tiene attaccata a un libro, non starci a pensare!

La strada di casa è tutto un sorridere, contemplare gli effetti sonori della neve (se tutta la città fosse stata un plastico in un scatola tra le mani di un gigante, avrebbe suonato esattamente allo stesso modo), far crepitare i passi sul croccante, lanciare proiettili compattati tra i guanti ormai zuppi agli accumuli appoggiati sui rami, per farli cadere.
Vedo uno strano grumo scuro sulla sommità di un albero, ricoperto di neve. Un nido?
La magia un po' si sfata: non sarà per tutti un gioco, questa roba bianca.

Torno a casa con l'ultima palla di neve, un pò più assorta. A breve distanza la lascio cadere in una nuvola sul tetto di una macchina, poi la raccolgo un po' più carica, poi la ingrandisco di nuovo su un'ex-aiuola, e così fino al marciapiede di casa, dove mi trovo a camminare con in braccio un macigno. Penso che, se fino a qualche metro prima il mio bagaglio poteva conservare persino qualche valore di "autodifesa", a quell'ora di notte, ora che quasi mi fa scivolare per il peso sarebbe un punto a vantaggio dell'eventuale aggressore.
Scarso esercizio di lancio del peso: lo lascio cadere. Fine del gioco. Dove ho messo le chiavi?

Stamattina mi ero promessa di uscire di casa presto per scattare qualche foto, ma stanotte deve esser piovuto; così il livello della neve si è abbassato, il bianco si è infangato, si fa fatica a camminare, gocciola tutto: il paesaggio di ieri si scioglie come qualcuno scoppiato a piangere senza nessun pudore, nè riguardo per il maquillage.

Stamattina mi faccio un regalo! Il proposito è un po' un pretesto per svincolarmi dalla trama del libro e delle lenzuola.
Passo svelto verso il negozio di strumenti musicali. Il commesso è spiacente, ma non trattano percussioni brasiliane. Pazienza: riprendo il mio cammino spedito verso il negozio di CD. Poco prima della meta leggo sul muro :A TUTTI I FASCISTI UNA PALLA IN TESTA, e lo scenario deve ancora farmi qualche effetto, perchè solo ripensandoci dopo un secondo mi viene il dubbio che non si alluda a palle di neve.
Al negozio prendo musica che desideravo da tempo. Mi viene in mente che erano anni che non compravo un disco; è una soddisfazione.
Ma è già tardi e mi affretto verso il ssupermercato, sperando che le porte non siano già bloccate.
Percorro in fretta il marciapiede, tanto che quasi non vedo l'uomo in atteggiamento di attesa in un vano dell'edificio, lo sorpasso, lasciandolo rimpicciolire nella coda del mio occhio sinistro. Ma chiede qualcosa; dico in fretta: "No, no".

Aspetta!
Ma che ho fatto? Dov'ero?

Mi fermo, lo guardo. E' un ragazzo nero, nero a reggere debolmente il confronto con tutto quel bianco in lenta liquefazione. Dice qualcosa, forse "scusa", mentre porge un foglio stampato.
Leggo, con pentimento: "CERCO LAVORO TEMPORAN...", o qualcosa del genere. Smetto subito, per non dargli speranze, già abbastanza in torto per averlo ignorato.
Lo guardo negli occhi scuri e gli rispondo, coi palmi in su, che non ho un lavoro da dargli.
Come se il lavoro si potesse tenere nelle mani! A volte vorrei che fosse ancora così, che bastassero mani e terra... Quanto sono puerile!

Porto il dispiacere a far la spesa. Già: provo a fare le mie cose, ad attenermi alla lista, ma sono a disagio, so del mio errore, so di quel che non merito e mi vergogno di quel che merito.
Passo davanti al bancone della carne come se fosse solo disegnato, anche se con un vago fastidio, e penso che non è poi così difficile essere vegetariana, a giudicare dalle prime settimane; anzi, mi sento sollevata, più libera.
Ma è inutile distrarsi: mi sento dentro il freddo, la nostalgia, la delusione, la solitudine e la paura, l'estraneità e la forza necessaria di quel ragazzo con cui ho condiviso lo sguardo pochi minuti prima.
In una goffa e imbarazzata intenzione, scelgo rapidamente un pacco grande di biscotti, i più "nutrienti". Poi, mentre sono già in fila -ops!- mi ricordo che si rischia il soffocamento a mangiarli da soli; scappo a prendere una confezione di succo di frutta, all'albicocca (piace a tutti, no?).
Pago tutto, mi vergogno un po' , metto biscotti e succhi in un sacchetto di carta. Per tutto il tempo penso: "speriamo che ci sia ancora, speriamo non sia andato via...".
Ed è lì. A pochi passi gli rivolgo lo sguardo, lo saluto; sollevo un poco il sacchetto e prima che riesca a dire, timidamente, "lovuoi?", ha già quegli occhi scuri allargati, sorride e tende la mano.
Mi sento sollevata per un attimo (non l'ho offeso), poi, con uno sguardo profondissimo in cui mi sento piccola, dice subito "Grazie!", e poi "Graziegrazie! Grazie!". E' chiaro che non conosce l'italiano, che è emozionato e incapace di esprimere la gratitudine ch prova. E allora somma quella parola che sa a se stessa, inanellando 'GRAZIE' per esprimere la riconoscenza.
Io forse riesco a rispondergli qualcosa, ma non ricordo.

Ricordo solo il senso di sopraffazione, di resa alla compassione e alla vergogna.
Mentre scrivo qui nella casa vuota e riscaldata, aspettando una telefonata, può sembrare patetico, ma io credo di aver provato amore per quella persona. Per un momento ho creduto di potergli trasmettere la mia empatia.
Eppure quella goffa catena di GRAZIE mi ha fatto male, mi ha fatto desiderare la fuga e nascondere le lacrime dietro il mio proseguire, dietro le spalle, mentre mi arrabbiavo al pensiero di aver ricevuto quegli accorati ringraziamenti per uno schifoso pacco di biscotto e del succo di frutta.
Perchè mi ringrazi? Perchè mi ringrazi??

Ma di che mi lamento? Non si può scegliere per cosa essere ringraziati, capiti, apprezzati.
Non resta che offrirsi,  chiedere di essere ricevuti, ma non dipende sempre da te per cosa sarai riconosciuto, o visto, soltanto.
Chi è, poi, il "mendicante"?

Com'è che dice Lisa? "BAGGERS CAN'T BE CHOOSERS".

postato da lanticameradelcervello alle ore 20:12 | link | commenti (9)
categorie: diario
venerdì, 27 gennaio 2006

Nella

...il mio augurio è che sia viva soprattutto la memoria del presente.

“Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case,

Voi che trovate tornando a sera

Il cibo caldo e visi amici:



Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per mezzo pane

Che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,

Senza capelli e senza nome

Senza più forza di ricordare

Vuoti gli occhi e freddo il grembo

Come una rana d’inverno.



Meditate che questo è stato:

Vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

Stando in casa andando per via,

Coricandovi alzandovi;

Ripetetele ai vostri figli.





(Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1976, )

postato da lanticameradelcervello alle ore 16:45 | link | commenti (2)
categorie: attualità
venerdì, 27 gennaio 2006

Camilla sta meditando la chiusura del suo blog. Non sono riuscita a caricare il mio commento alle sue considerazioni, forse perchè troppo lungo (ops!). Lo trascrivo qui, anche perchè l'argomento cade a fagiolo.

Non sono convinta di quello che dici a proposito della natura del blog.
Mi sembra che il tuo punto di vista abbia l'implicito che il blog rappresenti in misura notevole la personalità di chi lo tiene. Io credo invece che possa al massimo fornire delle piccole aperture alla vita di una persona, così come essa la descrive. QUesta descrizione può prendere in considerazione in misura molto variabile l'esistenza di un "pubblico". E d'altra parte può scrivere pensando ad un pubblico più o meno ampio, più o meno familiare, più o meno amichevole.
In questo senso, l'aspetto che tu definisci narcisistico è piuttosto relativo. Credo che lo influenzino molte variabili, una delle quali è anche il grado di "realtà" che assume il cyberspazio per il gestore del blog, e quanto questi si identifichi con la sua "creatura".

In questo senso, quando il blog diventa uno spazio molto personale, ad alto investimento affettivo, capisco quanto sia difficile mettere il blog al passo con la vita, nei momenti di rivoluzione, di ripensamento, di crescita, di scoperta.
Del resto, non succede lo stesso anche con la scrittura privata? Io ho sempre sperimentato una certa titubanza a cristallizzare la vita nelle parole, nei momenti in cui imponeva maggiormente la sua fluidità.

Personalmente, ero presa dalla tua stessa difficoltà a trasmettere quello che sto vivendo, in questo periodo così fuori dal mio ordinario, così denso di pensieri che non fanno a tempo a prendere forma. Poi mi sono detta che non è il presupposto dell'Anticamera del cervello quello di coincidere con ciò che sono e vivo. E' appunto un'anticamera, uno luogo liminare, in cui possono avvenire degli scambi, ma non è detto che tutto vi sia compreso.
E inoltre è un luogo in divenire. Mi piace tenerlo aperto, finchè riesco, proprio perchè è una delle aperture verso l'esterno, una possibilità (come accennava qualcuno); eppure non so cosa diventerà e mi piace non doverne assicurare l'identità, la riconoscibilità per il futuro.

Ops, scusa il "papiello". E' che l'argomento mi coinvolge.
Mi piacerebbe che non chiudessi questa finestra, ma, se preferisci "stare nel fiume" più che guardarlo dalla riva, in questo momento, probabilmente è giusto che tu smetta di scrivere, almeno qui.

In bocca al lupo per tutto.
Angelica

PS: non è che chiudi perchè oramai i colleghi ti hanno sgamato il blog ;) ??

postato da lanticameradelcervello alle ore 12:27 | link | commenti (4)
categorie:
venerdì, 27 gennaio 2006

STAMATTINA

Trenta centimetri di bianco soffice.
Venendo in aula ho aiutato una vecchietta ad arrivare alla pescheria (ma che pesce comprava, branzino delle nevi?). Ho pensato a nonna.
Lezioni sospese
(compresa una lezione magistrale di Isabella Bossi Fedrigotti su "Letteratura e vita"....EVVVVAAAAAIIIIIIII! :)!)
In aula connessi a internet, metto  su un po' di samba, chè ci sta bene.

Ecco una vista del parco di un paio d'ore fa:

Neve nel parco 27gennaio2006 012

Io li ho battezzati "gli alberi di Tim Burton".

postato da lanticameradelcervello alle ore 10:58 | link | commenti (3)
categorie: diario
giovedì, 26 gennaio 2006

Cari tutti,
scrivo dalla biblioteca civica di Rovereto, dopo la giornata di lezione. Fuori nevica, e questo stavolta mi rattrista un po'. Sarà che oramai mi ci sono abituata, o che, proprio adesso che cominciavo a prendere gusto al jogging di prima mattina sottozero, dovrò desistere per motivi di sicurezza. In parte è anche perchè stavolta vorrei condividerla, quest'esperienza della neve.
Un po' di malinconia avvolge anche la scrittura di questo post dopo tanto tempo: temo che questo spazio cui tenevo tanto si stia spegendo a causa della mancanza di tempo per prendermene cura. E ripensandoci non è solo il tempo che manca; si tratta anche della fluidità delle cose, dell'ingombro di tutto il pensato e sentito, e intuito, sperato,... che ultimamente mi riesce un po' difficile mettere giù in parole. Potrebbe essere un buon segno, se fosse soltanto un indice del fatto che, come disse Pasternak: "la vita deborda dall'orlo, di qualsiasi tazza". Temo, invece, che c'entrino anche la pigrizia, l'ndecisione, e qualche preoccupazione degli ultimi tempi. Dopotutto scrivere il vecchio caro blog potrebbe essere un'evasione dalla routine.
Fatto sta che, trascorso tanto tempo da quando scrivevo regolarmente, mi sorge un iniziale imbarazzo nel tornare a farlo.

Ad ogni modo, sono accadute un bel po' di cose.
Una di queste, latente da un po' di anni, è stata la decisione di non mangiare più animali. Ci ho meditato molto, finchè non ho guardato un po' di documenti filmici sugli allevamenti industriali e mi sono convinta inevitabilmente... Ho scelto "la pillola rossa" ;) (Guardate qui:
The Meatrix).

postato da lanticameradelcervello alle ore 20:10 | link | commenti (1)
categorie: diario
martedì, 17 gennaio 2006

Che fine ha fatto il cervello? Perchè non si affaccia in Anticamera?
La verità è che recentemente se n'è stato letteralmente chiuso in se stesso.
Dopodomani dovrò presentare alla mia classe di master il libro "Più grande del cielo: lo straordinario dono fenomenico della coscienza", del neuroscienziato Gerald Edelman, in cui si propone una teoria biologica della coscienza.
Messa da parte l'idea di coscienza come "res cogitans", materia metafisica e ineffabile esperienza umana, Edelman propone una teoria di coscienza come fenomeno emergente da strutture e interazioni di neuroni. La soggettività dell'esperienza cosciente, la sua specificità, sarebbe solo un side effect del fatto di avere uno specifico corpo cresciuto in uno specifico ambiente, e che i correlati neuronali della coscienza così concepita prenderebbero vita in modo molto plastico e variabile.

Capirete che questo, per una che ha appena rinnovato i suoi impegni con la propria vita spirituale, dà un bel po' da pensare!

postato da lanticameradelcervello alle ore 13:23 | link | commenti (4)
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- Beh mi interesso di molte cose. Cinema, teatro, fotografia, musica, leggo... - Concretamente. - Non so cosa vuol dire? - Come non sai, cioé che lavoro fai? - Nulla di preciso. - ...Come campi? - Ma... te l'ho detto giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose... [da ECCE BOMBO] Una vita in divieto di sosta... O forse sono solo un grumo nel purè. A.

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